La lotta per la sopravvivenza contro la malaria

La storia della Maremma è connessa alla lotta per la sopravvivenza e alla malaria: non possiamo non ricordare le mefitiche esalazioni che emanava la palude, la mal-aria. 

Una regione paludosa a contatto con il mare, dove dune e tomboli impediscono ai corsi d’acqua di sfociare liberamente creando ristagni di acqua, paludi fangose e acquitrini che rendono l’aria irrespirabile. 

Perché questo si credeva a quel tempo:  era l’aria che faceva ammalare portando febbre alta, malori, sudorazioni e vomito, fino alla morte.  Solo alla fine del secolo XIX lo scienziato Laveran scoprì il micidiale organismo responsabile della malattia e Giovan Battista Grassi individuò nella zanzara  anophele il vettore biologico

E come si viveva quindi in Maremma a quel tempo?

I terreni venivano utilizzati per le colture ma i proprietari, che spesso risiedevano nelle città, sfruttavano i contadini affinché lavorassero la terra, sottopagandoli e costringendoli ad una vita di stenti, fatiche, malattia,  fame e pessime condizioni di vita, in particolar modo durante la stagione estiva.

Ma tutto questo fino al 1828, quando Leopoldo II ne  iniziò la bonifica con tecniche che a quel tempo si potevo considerare rivoluzionarie.